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29/04/2026

Dossier tematico

«Antropologie anarchiche»

Alizé LACOSTE JEANSON (Instituto de Investigaciones Antropológicas, Universidad Nacional Autónoma de México ; PACEA UMR 5199, CNRS – Université de Bordeaux – Ministère de la Culture), alizelj@iia.unam.mx

Léo MARIANI (MNHN, UMR Paloc, IRD – MNHN – CNRS), leo.mariani@mnhn.fr

Questo dossier di Condition humaine / Conditions politiques nasce da una constatazione condivisa: da diversi anni, una serie di ricerche antropologiche, spesso definite «anarchiche» senza per questo costituire una corrente omogenea, partecipano a un medesimo spostamento di sguardo. Esse interrogano modi di fare mondo, di produrre sapere e di coesistere che non considerano né lo Stato, né il dominio, né la centralizzazione del potere come orizzonti necessari o evidenti. Parlare di «antropologie anarchiche» non mira quindi né a istituire una nuova scuola, né a stabilizzare una definizione dottrinale dell’anarchismo, ma ad aprire uno spazio di discussione pluralista attorno a pratiche di ricerca che sperimentano concretamente forme di non-dominazione, di autonomia e di coesistenza.

Il rinnovato interesse per queste antropologie non deriva da un semplice effetto congiunturale né da un omaggio alle figure recentemente scomparse di David Graeber (2020), Marshall Sahlins (2021) o James C. Scott (2024). Esso testimonia più profondamente uno spostamento delle questioni antropologiche contemporanee, in un contesto segnato dall’intensificazione delle forme di potere, dalla moltiplicazione delle crisi ecologiche e dalla messa in discussione dei modelli dominanti di governo, sviluppo e produzione di conoscenze. Questo spostamento si è già espresso in diversi progetti editoriali recenti, che hanno contribuito a strutturare i dibattiti tra antropologia e anarchismo. Il numero «Anthropologie et anarchie» del Journal des Anthropologues (2018) ha proposto una prima discussione disciplinare, spesso incentrata su ambiti esplicitamente anarchici o autonomi. Il dossier della Revue du MAUSS (2023/2) ha affrontato queste questioni da una prospettiva prevalentemente teorica e di filosofia politica, mentre le recenti discussioni sull’opera di Pierre Clastres, in particolare nei Cahiers d’anthropologie sociale (2025), mettono in discussione i fondamenti e i limiti dell’antropologia politica. Anche le proposte di Holly High e Joshua O. Reno (2023) si inseriscono in questo panorama, analizzando in particolare l’eredità di David Graeber.

La presente proposta si colloca in un dialogo esplicito con questi lavori, proponendo al contempo uno spostamento complementare. Piuttosto che prendere come oggetto centrale l’anarchismo come forma politica o come tradizione intellettuale, si tratta di orientare l’attenzione verso la pratica della nostra stessa disciplina: è possibile un’antropologia senza a priori autoritari e/o normativi? Come e con quali implicazioni? In altre parole, la posta in gioco non è quella di tracciare un quadro esaustivo della produzione esistente, ma di problematizzare un’angolazione ancora poco esplorata: quella dell’anarchismo come posizione metodologica ed epistemica in antropologia (la disciplina è qui intesa in tutto il suo perimetro, comprese le antropologie biologiche, culturali e/o sociali; ed è aperta in particolare alla storia e all’archeologia). Non saranno tanto le teorie anarchiche ad essere così messe in discussione, quanto piuttosto le implicazioni di un «anarchismo metodologico» (Feyerabend, 1988): ciò che l’anarchismo fa/può fare ai modi di indagare, conoscere, ragionare, scrivere e, più in generale, rendere conto in antropologia.

Il dossier si articolerà quindi attorno a ricerche che non negano le logiche di sottomissione, di dominio, di adesione o di riproduzione, né tantomeno il posto schiacciante che esse occupano oggi, ma che riconoscono i fondamenti politici e storici di questa precedenza ontologica, contestandone al contempo il dominio epistemico. Si tratta, in sostanza, di ritrovare l’essenza della «rivoluzione copernicana» proposta a suo tempo da Pierre Clastres (1974): il potere e il dominio non sono fatalità, ma far esistere forme sociali (individuali e collettive) e/o scientifiche che li tengano a distanza richiede sforzi intellettuali e pratici molto seri. In questo senso ci assumiamo la responsabilità di voler proiettare l’antropologia stessa verso un orizzonte di emancipazione. Siamo convinte/i, infatti, che la disciplina possa e debba contribuire a pensare mondi migliori, e ad agire per essi, senza sottovalutare l’esigenza epistemica e il rigore intellettuale che un tale obiettivo implica. Si tratterebbe quindi di abbracciare la posizione di «intellettuali radicali» difesa da David Graeber (2018). 

In questa prospettiva, proponiamo due assi potenzialmente congruenti per le proposte. Ma ci sembra che tutte quelle che rispettino il quadro appena delineato debbano essere prese in considerazione.

Il primo asse riguarda direttamente i modi di fare ricerca. Le antropologie anarchiche adottano etiche relazionali e forme di collaborazione che spostano la posizione dell’antropologo. Esperienze di co-scrittura (Kopenawa e Albert, 2010) e di ricerca-azione partecipativa (Fals Borda e Anisur Rahman, 1991) hanno già dimostrato come la produzione di conoscenza possa liberarsi dalla verticalità accademica e favorire la reciprocità, la fiducia e la responsabilità condivisa. Questi approcci non costituiscono semplici scelte metodologiche: mettono in discussione le gerarchie tra saperi esperti e profani, tra analisti e analizzati, e pongono la questione, delicata ma centrale, di cosa significhi realmente «prendere le persone sul serio» (Fujigaki Lares et al. 2014; Mariani, 2024). Come «prendere sul serio le persone» partendo da un’epistemologia e un’ontologia che, per definizione e rispetto a esse stesse, gerarchizzano le altre forme di conoscenza e di essere nel mondo?

Come dare peso a conoscenze non scientifiche in ambiti strutturati globalmente dalla scienza e attorno ad essa; per di più in un periodo segnato dall’ascesa dei post-realismi e dalla conseguente tensione dei valori del positivismo o dello scientismo? Ci sembra in ogni caso che l’antropologia sia particolarmente ben equipaggiata per affrontare queste questioni, perché la sua «ragione empirica» (Olivier de Sardan, 2026) le conferisce una flessibilità unica, e perché storicamente ha un piede nelle cosiddette scienze dure e un altro nelle scienze umane e sociali.

Naturalmente, queste interrogazioni sono in stretta risonanza con quelle sollevate dalle epistemologie decoloniali, dalle ricerche provenienti dal Sud e dalle proposte del pluriverso, che invitano a riconoscere la pluralità delle ontologie e dei regimi di verità (Smith, 1999; Sousa Santos, 2011; Wall Kimmerer, 2013; de la Cadena, 2015; Escobar, 2018). Ci si potrebbe persino chiedere se queste epistemologie non costituiscano, in un certo senso, gli «anarchismi del Sud» — quanto meno, la domanda merita di essere posta. Le antropologie anarchiche condividono con questi approcci il rifiuto dell’imposizione di un mondo unico governato da una razionalità dominante e l’attenzione ai molteplici modi di abitare la terra. Esse invitano a lasciare che altri concetti — foresta, fiume, antenato, territorio, fuoco — siano operatori di analisi (e talvolta operatori giuridici) a pieno titolo, e a concepire la ricerca come una pratica di accompagnamento e/o di dialogo critico piuttosto che come uno strumento di cattura.

Il secondo asse di questa proposta riguarda più direttamente «lo sguardo anarchico», le sue implicazioni epistemiche e le proposte interpretative che può contribuire a suscitare. Osservare il mondo dopo aver provincializzato lo Stato e il potere così come li conosciamo oggi nella stragrande maggioranza dei casi, significa infatti supporre che le cose potrebbero essere, avrebbero potuto essere o potrebbero ancora andare «diversamente». Si tratta quindi, da un lato, di un invito a rileggere una serie di fatti, testimonianze e analisi storiche; dall’altro, di interrogarsi sullo stato attuale delle possibilità. 

Se lo Stato e il dominio non sono fatalità, bisogna infatti chiedersi perché (e come) possano dare l’impressione di esserlo; interrogarsi sulle loro condizioni di esistenza e di dispiegamento. In questo senso, ci sembra che uno sguardo anarchico debba soffermarsi in particolare sulle «incompatibilità», quei punti di attrito che permettono di distinguere, all’interno di uno stesso movimento, le qualità specifiche del potere centralizzato e quelle delle potenzialità o delle proposte che esso deve negare per esistere. James C. Scott (2013, 2017) ha fornito numerosi e dettagliati esempi di questo tipo di approccio critico, contrapponendo logiche statali e capitalistiche omogeneizzanti e semplificatrici a modi di fare mondo più fondamentalmente eterogenei, fugaci, e che spesso cercano di prolungarsi in questa eterogeneità.

È stato inoltre suggerito che occorra esplorare queste dinamiche contraddittorie ben oltre le forme soggettive o sociali, in una linea materialista che presti attenzione alle infrastrutture, alle topografie, all’agronomia, alla biologia o alle tecniche. Esiste in ogni caso un’incompatibilità fondamentale tra potere e diversità (biologica, sociale o ontologica), poiché la seconda aumenta in genere man mano che l’intensità del primo diminuisce (Mariani, 2024). È alle declinazioni proteiformi di questa tensione profonda che proponiamo qui di prestare attenzione. Ponendoci così l’obiettivo di descrivere ciò che resiste o che sfugge effettivamente, o che è suscettibile di resistere o sfuggire, a un potere centralizzato, si suppone che la storia e il futuro del mondo si giochino nelle scelte, nei momenti in cui si impone l’una o l’altra direzione. Si ammette inoltre che una delle implicazioni di uno sguardo anarchico sia quella di confrontare sempre ciò che è con ciò che avrebbe potuto essere. E di aprire così una riflessione sulle condizioni di possibilità di mondi abitabili, umani e non umani.

Questo dossier vuole quindi essere uno spazio di riflessione a immagine delle stesse antropologie che esplora: plurale, non normativo e risolutamente ancorato a indagini precise. Accoglierà contributi etnografici, storiografici o metodologici che interroghino, a partire da uno sguardo situato e critico, ciò che una sensibilità anarchica può apportare all’antropologia in generale e ai diversi mondi in cui essa si inscrive. Riflettendo sulle condizioni di una pratica accademica più orizzontale e sulle sue implicazioni, vorrebbe così contribuire allo sviluppo di un pluralismo epistemico (Graeber, 2015) che non sia (solo) un relativismo ontologico.

Modalità di presentazione

Le autrici e gli autori sono invitati/e a inviare entro il 15 giugno:

  • un riassunto di circa 3000 battute, che precisi il campo di ricerca, la metodologia e l’argomentazione (documento Word o LibreOffice), corredato da una breve bibliografia;

  • una breve biografia dell’autrice/autore (150 parole).

I documenti devono includere il nome dell’autrice/autore, la sua affiliazione professionale e il suo indirizzo email, e devono essere inviati a redaction.ch-cp@ehess.fr ; leo.mariani@mnhn.fr e alizelj@iia.unam.mx, con l’oggetto «CH/CP – Antropologie anarchiche». Le autrici e gli autori riceveranno una risposta il 6 luglio.

Gli articoli completi, redatti in una delle lingue della rivista (francese, inglese, italiano, spagnolo o portoghese), devono avere una lunghezza compresa tra 25.000 e 40.000 battute (note e bibliografia incluse). Devono essere originali e inediti e conformi alle norme editoriali della rivista, disponibili sul sito: https://revues.mshparisnord.fr/chcp/index.php?id=99.

Ogni articolo deve essere accompagnato da un riassunto di 3.000 battute, in francese e in inglese (oltre che nella lingua dell’articolo, se diversa).

I testi devono essere inviati entro e non oltre il 15 ottobre.

La procedura è quindi organizzata in due fasi. In collaborazione con il comitato editoriale, i/le coordinatori/trici effettueranno una selezione delle proposte sulla base dei riassunti ricevuti. I contributi selezionati saranno poi valutati secondo una procedura di doppio cieco.

Calendario:

  • Ricezione dei riassunti dei contributi: 15 giugno

  • Risposta: 6 luglio

  • Consegna degli articoli: 15 ottobre

Bibliografia

CAHIER D’ANTHROPOLOGIE SOCIALE, « Pierre Clastres en héritage », Paris, L’Herne, 22, 2025.

CLASTRES Pierre, La Société contre l’État, Paris, Éditions de Minuit, 1974.

ESCOBAR Arturo, Sentir-penser avec la Terre : une écologie au-delà de l’Occident, Paris, Seuil, 2018 (2014).

DE LA CADENA Marisol, Earth Beings: Ecologies of Practice Across Andean Worlds. Durham ; Londres, Duke University Press, 2015.

FALS BORDA Orlando, ANISUR RAHMAN Mohammad, Action and Knowledge: Breaking the Monopoly With Participatory Action-Research, New York, Apex Press, 1991.

FEYERBAND Paul, Contre la méthode. Esquisse d'une théorie anarchiste de la connaissance, Paris, Seuil, 1988 (1975).

JOURNAL DES ANTHROPOLOGUES, « Anthropologie et anarchisme », Paris, Association Française des Anthropologues, 152‑153, 1, 2018.

FUJIGAKI Lares Alejandro, MARTINEZ Isabel., SALAZAR GONZÁLEZ Denisse, « Llevar a serio… Contra el infierno metafísico de la antropología: Entrevista con Eduardo Viveiros de Castro », Anales de Antropología, 48, 2, 2014, p. 219-244.

GRAEBER David, Pour une anthropologie anarchiste, Montréal, Lux, 2006 (2004).

GRABER David, « Radical alterity is just another way of saying « reality ». A reply to Eduardo Viveiros de Castro », Hau. Journal of Ethnographic Theory, 5, 2, 2015, p. 1-41.

HIGH Holly, RENO Joshua O. (dir.), As If Already Free: Anthropology and Activism After David Graeber, Londres, Pluto Press, 2023.

KIMMERER Robin Wall, Braiding Sweetgrass: Indigenous Wisdom, Scientific Knowledge, and the Teachings of Plants, Minneapolis, Milkweed Editions, 2013.È

KOPENAWA Davi, ALBERT Bruce, La Chute du ciel : Paroles d’un chaman yanomami, Paris, Plon, 2010.

OLIVIER DE SARDAN Jean-Pierre, 2026, « Les études décoloniales face à la raison empirique : l’obsession épistémologique », L’Homme, 3-4, 255-256, 2026, p. 191-238.

MARIANI Léo, Devenir hétéronomes. Sur la pluralité des mondes, Sesto San Giovanni, Mimésis, 2024.

REVUE DU MAUSS, « « Faut plus d’gouvernement ? » : Penser le moment anarchiste contemporain », Paris, Éditions Le Bord de l’eau, 62, 2, 2023.

SCOTT James Campbell, Zomia ou l’art de ne pas être gouverné. Une histoire anarchiste des hautes terres d’Asie du Sud-est, Paris, Point, 2013 (2009).

SCOTT James Campbell, Against the Grain: A Deep History of the Earliest States, New Haven, Yale University Press, 2017.

SMITH Linda Tuhiwai, Decolonizing Methodologies: Research and Indigenous Peoples, Londres, New York, Zed Books, 1999.

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16/02/2022

Call for Papers – Varia

La rivista Condition Humaine / Conditions politiques è interessata a ricevere nuovi contributi per la sua rubrica «Varia»; gli articoli, di una lunghezza dai 25.000 ai 45.0000 caratteri (spazi inclusi), possono affrontare una grande varietà di argomenti, questioni o temi, in modo prioritario in antropologia politica.

Gli articoli presentati alla rubrica Varia sono soggetti a revisione in double-blind.

Gli articoli devono essere inviati al seguente indirizzo :
redaction.ch-cp@ehess.fr, e seguire le istruzioni per gli·le autori·trici.